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Verso Kyoto 2, senza fretta
Trovato l'accordo a Bali. Gli Usa cedono all'ultimo. Negoziati fra un anno, ma validi solo dal 2012
Kyoto 2

Ci sarà un Kyoto 2. Ma senza fretta, nonostante gli scenari apocalittici e il grido, o l'urlo, di allarme di numerosi membri delle comunità scientifiche. Ma il surriscaldamento del pianeta, secondo strateghi e diplomatici, dovrebbe sottostare alle regole dei consessi internazionali. Vediamo il perché di tanta ipocrisia.

A Bali ci sono volute 24 ore in più del tempo massimo per arrivare a una bozza su cui trovare un accordo.
Molti i problemi, di contenuto, di posizioni. Ma soprattutto di ruoli, con Paesi definiti in via di sviluppo che oggi, però, sono già assai sviluppati e che sono capaci di far pendere la bilancia per l'enorme peso anche diplomatico che hanno assunto.
India e Cina sullo stesso fronte, mentre i grandi inquinatori come gli Stati Uniti avevano la pretesa di impegnare i nuovi giganti in maniera più severa rispetto ai propri parametri.
Il gioco non ha funzionato.
Nella partita diplomatica un ruolo determinante è stato dei paesi dell'Unione europea, coesi, che hanno perso solo su un punto, importante: la definizione dei tagli da affrontare nei prossimi anni dei gas inquinanti.
E gli Stati Uniti, che cambieranno amministrazione fra meno di un anno, hanno giocato duro fino alla fine, quando sono stati obbligati ad accordarsi, per non rimanere soli di fronte alle preoccupazioni mondiali per gli effetti dei cambiamenti climatici.

Ma torniamo all'ipocrisia delle regole internazionali: documentari, fotografie comparate, studi e documenti scientifici – addirittura un nobel per la pace – hanno dimostrato che se non si agisce in tempi rapidi, rischi e pericoli non possono che aumentare in maniera esponenziale. Eppure la grande diplomazia internazionale non riesce ad andare oltre al fatto che se il Trattato di Kyoto, ormai desueto, scade nel 2012, non si può far altro che riunirsi prima per trovare un accordo, ma che valga solo a partire dalla data ultima di Kyoto. Più chiaramente: i prossimi negoziati si dovranno aprire verso aprile 2008. Nel 2009, nel summit sul clima che avrà come sede Copenaghen si deciderà l'accordo post-Kyoto il cui regime entrerà, quindi, in vigore nel 2012, cioé ben tre anni dopo. Anche se vi fosse un accordo validamente riconosciuto.

Sulla riduzione dei gas serra, la vittoria è stata degli Usa. L'Unione europea non è riuscita a imporre le cifre che aveva portato a Bali: una diminuzione del 25-40 percento entro il 2020 e del 50 percento nel 2050. Questi numeri sono finiti in una postilla, nelle premesse dell'accordo.
Il vertice è partito male, proseguito fra diverse ambiguità, terminato con una serie di colpi di scena, fra cui la capriola della negoziatrice statunitense Paula Dobriansky, che dopo aver annunciato il no di Washington alla bozza finale di accordo si rimangiava la parola per la solitudine che si ritrovava a vivere nell'assemblea e dopo due discorsi appaluditissimi di Sud Africa e Papua Nuova Guinea che hanno detto in maniera esplicita al'amministrazione Bush che se non era d'accordo poteva tranquillamente levarsi di torno. La posizione degli Usa è suscettibile di cambiamenti, non di rivoluzioni, con il voto presidenziale.

Ma anche se gli analisti sono propensi a immaginare nuovi ostacoli per gli identikit dei candidati, non certo ambientalisti, vale ricordare che le posizioni più aperte verso la nuova Kyoto sono condivise da una larga fetta della società nord americana. Soprattutto nelle grandi città come New York, San Francisco o Los Angeles, dove i sindaci e le rispettive società civili hanno adottato numerose misure per contenere le emissioni di inquinanti.

Angelo Miotto

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